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Lo scenario in cui ci muoviamo

Scenario macroeconomico

Nel 2019 la produzione chimica mondiale – che realizza un valore pari a circa 3.300 miliardi di euro – è cresciuta del 2%, un ritmo sottotono e in significativo rallentamento rispetto all’anno precedente (+2,8%). La chimica mondiale risente dell’indebolimento del ciclo industriale, delle particolari difficoltà del settore auto e delle tensioni commerciali, che coinvolgono non solo USA e , ma anche l’UE.

Negli Stati Uniti la produzione chimica mostra, nel 2019, una brusca frenata (-0,4%) dopo un 2018 brillante (+4,1%) in un contesto che vede in contrazione numerosi settori industriali a valle. Il rallentamento della domanda si verifica in concomitanza con significativi aumenti di capacità produttiva nella chimica americana e ulteriori investimenti si prospettano anche per il prossimo futuro.

Gli USA – così come la Cina – risentono, inoltre, dei nuovi dazi che gravano sulle esportazioni sia di prodotti chimici sia di beni a rilevante contenuto di chimica.

La Cina – che rappresenta il primo produttore chimico mondiale con una quota pari al 36% – evidenzia un ritmo di espansione in moderato rafforzamento (+4,6% nel 2019 dopo il +3,6% dell’anno precedente); alla luce di un contesto di domanda in diffuso rallentamento, il dato potrebbe riflettere anche la parziale riapertura delle produzioni temporaneamente fermate perché troppo inquinanti. Il passaggio da un modello basato sulle quantità ad uno fondato sulla qualità potrebbe, nel medio termine, mettere a rischio la stessa leadership tecnologica europea.

Per la chimica europea il 2019 segna il secondo anno consecutivo di contrazione della produzione (-1,2% dopo il -0,4% dell’anno precedente). Se nel 2018 il calo era stato considerato, in parte rilevante, connesso a fattori contingenti (secca del fiume Reno e conseguenti problemi logistici in Germania), nel corso del 2019 è diventato evidente che l’Europa è alle prese con una recessione industriale, sebbene di moderata entità. La debolezza della chimica si è via via estesa alla gran parte dei Paesi guidata, in particolare, dalla Germania.

La chimica è un settore di specializzazione strategico per l’industria europea. Impiega 1,2 milioni di addetti altamente qualificati e, nell’ultimo anno, ha realizzato un valore della produzione pari a circa 550 miliardi di euro, confermandosi quale quarto settore industriale europeo e secondo produttore chimico mondiale con una quota pari al 17%.

L’industria chimica europea genera un consistente avanzo commerciale, 45 miliardi di euro nel 2019, contribuendo a garantire all’UE equilibrio negli scambi commerciali. Per il secondo anno consecutivo si assiste, tuttavia, ad un ripiegamento del surplus commerciale nella chimica di base, a fronte della continua espansione nella chimica fine e specialistica. In effetti, la produzione chimica europea risente sia del deterioramento della domanda industriale locale, ma anche di una crescente pressione delle importazioni; inoltre, le tensioni commerciali tra USA e Cina perturbano le catene di fornitura e riorientano le esportazioni delle aree concorrenti verso il mercato UE.

La competitività europea è a rischio innanzitutto nei settori di base ma in realtà in tutta la chimica. L’indebolimento delle fasi a monte danneggia le attività a valle in quanto si tratta di una filiera strettamente interconnessa, anche con riferimento all’innovazione. La perdita di attrattività europea emerge chiaramente con riferimento agli investimenti, sostanzialmente stabili nell’ultimo decennio, che si rafforzano invece nei paesi come Cina, Stati Uniti e Medio Oriente.

Tra i fattori penalizzanti per la competitività europea, un elemento critico è rappresentato dal costo dell’energia e delle materie prime: produrre etilene in Europa è diventato più costoso non solo rispetto al Medio Oriente, ma anche agli Stati Uniti. L’etilene è il più diffuso “building block” dell’industria chimica mondiale; un altro fattore rilevante per la competitività chimica riguarda il sistema normativo che, in Europa, genera costi asimmetrici rispetto ai concorrenti. Secondo uno studio commissionato dalla stessa Commissione europea, i costi della regolamentazione per l’industria chimica europea sono cresciuti ininterrottamente nell’ultimo decennio e incidono per il 12% del valore aggiunto, con punte decisamente più elevate negli agrofarmaci e nelle specialità chimiche.

Lo scenario per la chimica europea è denso di incertezze anche in prospettiva: perdura una diffusa debolezza del comparto industriale aggravata, nei mesi recenti, dall’impatto del Coronavirus. Per un settore fortemente integrato nel mercato globale, le tensioni commerciali rappresentano un significativo fattore di disturbo.

Sul piano ambientale, il Green New Deal europeo pone obiettivi molto sfidanti e comporterà, in tempi ristretti, un’impressionante mole di interventi legislativi. In particolare, per l’industria chimica europea, l’obiettivo di neutralità climatica al 2050 comporta una profonda trasformazione da attuare solamente in uno o due cicli di investimento, mantenendo nel contempo la sua rilevanza nell’arena competitiva globale.

 

 

Le sfide di medio-lungo termine per l’industria chimica europea

l Cefic (European Chemical Industry Council) ha delineato lo scenario al 2050 al fine di tracciare un percorso plausibile verso un’Europa prospera e più sostenibile grazie al contributo della sua industria chimica.

Per affrontare la sfida climatica e promuovere la competitività dell’industria chimica europea l’UE dovrebbe dotarsi urgentemente di una politica industriale stabile e con una visione di lungo termine. L’Europa dovrebbe, inoltre, evitare la concorrenza sleale e il dumping ambientale, assicurando la conformità delle importazioni agli standard europei (sia ambientali sia di sicurezza) e promuovendo tali standard negli accordi internazionali.

Affinché l’Europa diventi il luogo più attrattivo del mondo per gli investimenti in tecnologie breakthrough, le Autorità europee dovrebbero assicurare che tutte le politiche – in particolare quelle per promuovere l’economia circolare, l’uso efficiente delle risorse e la neutralità climatica – siano favorevoli all’innovazione (Innovation Principle). Dovrebbero, inoltre, essere rivisitate le norme sugli aiuti di Stato e le nuove forme di finanziamento sostenibile dovrebbero essere sviluppate senza discriminare alcun settore e con un approccio neutrale dal punto di vista tecnologico.

Le esternalità negative – quali, ad esempio, le emissioni di gas serra, il consumo di acqua e l’inquinamento atmosferico – dovrebbero essere misurate, attribuendo loro un prezzo, sulla base dell’analisi dell’intero ciclo di vita.

Per rendere l’Europa leader globale nella circolarità, è necessario promuovere la collaborazione lungo le filiere, progettare nuovi prodotti affinché siano riciclabili, migliorare i sistemi di raccolta e selezione dei rifiuti, anche grazie al coinvolgimento dei cittadini, gestire i rischi connessi alle sostanze problematiche.

Contrastare il cambiamento climatico e consentire la transizione verso un’industria a basse emissioni di carbonio richiederà un ammontare ingente di elettricità rinnovabile. I combustibili fossili dovranno essere impiegati in modo selettivo e produttivo. Le Autorità europee non dovrebbero porre l’enfasi suun singolo tipo di soluzione (elettrificazione, circolarità, idrogeno, ecc.) in quanto sarà necessaria una combinazione di tutte le soluzioni disponibili.

La chimica offre innumerevoli soluzioni, ad esempio per garantire salute e sicurezza in un contesto di invecchiamento e aumento della popolazione, per migliorare l’accesso ad un’alimentazione nutriente e sostenibile per tutti, per ridurre lo spreco alimentare grazie all’impiego di antiossidanti e imballaggi funzionali. Nel gestire i rischi connessi alle sostanze chimiche, il settore dovrà impegnarsi per aumentare la trasparenza delle informazioni scientifiche garantendo, nel contempo, la protezione dei dati aziendali confidenziali e i diritti di proprietà intellettuale.

La digitalizzazione offre grandi opportunità per l’abbattimento delle emissioni di gas serra, la riduzione degli infortuni, per standard ambientali, di salute e sicurezza migliori oltre che più prevedibili, per una maggiore trasparenza delle filiere e fiducia da parte dell’opinione pubblica. Al fine di cogliere il carattere trasversale dei settori della quarta rivoluzione industriale, nel contesto degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU, è opportuno dar vita ad una piattaforma europea per il dialogo strategico tra imprese, Governi nazionali, politici europei, Accademia e società civile.

Le sfide alle quali l’Europa è chiamata richiedono maggiore cooperazione a tutti i livelli: non solo tra imprese e filiere di settori diversi, ma anche tra Accademia e industria per promuovere le vocazioni scientifiche e adattare l’istruzione e la formazione continua alle future esigenze di competenze.

 

 

La chimica in Italia

L’Italia rappresenta il terzo produttore chimico europeo con una quota di circa il 10% e un valore della produzione, nel 2019, pari a 55 miliardi di euro (89 miliardi inclusa la farmaceutica). A livello nazionale sono attive oltre 2.800 imprese chimiche con quasi 3.800 insediamenti, nei quali lavorano 112 mila addetti altamente qualificati (179 mila, considerando anche la farmaceutica). Attraverso l’indotto, la chimica genera occupazione di qualità anche negli altri settori: si stima che l’occupazione complessivamente generata sia oltre il doppio di quella diretta e superi i 270 mila addetti.

Nel 2019 la produzione chimica in Italia ha scontato un moderato calo dei volumi (-0,1%) in un quadro di più marcata contrazione del settore a livello europeo (-1,1%). Il recupero del primo trimestre, guidato dalla ricostituzione delle scorte dei clienti, non ha trovato conferma nella restante parte dell’anno, caratterizzata da una perdurante debolezza della domanda. L’industria chimica risente della crisi dell’automotive e di un indebolimento esteso alla gran parte dei settori clienti. Anche l’export – che negli anni passati aveva rappresentato un solido fattore di traino – risulta in calo (-2,3% in valore), condizionato dalle difficoltà dell’industria europea che assorbe oltre il 60% delle vendite estere.

L’occupazione si conferma in espansione anche nel 2019 (+1,0%) per il quarto anno consecutivo, segno che – nonostante gli effetti dell’innalzamento dell’età pensionabile e il deterioramento congiunturale – le imprese stanno investendo nelle risorse umane

Le prospettive sono pesantemente condizionate dall’impatto del Coronavirus; la chimica subirà anche gli effetti della Plastic Tax la cui entrata in vigore è stata rinviata all’1 gennaio 2021.

In Italia l’industria chimica vede la presenza equilibrata di tre tipologie di attori: le PMI, che hanno un ruolo rilevante in tutta la chimica europea,

ma ancor più significativo in Italia (39% del valore della produzione), i medio-grandi gruppi nazionali (23%) e le imprese a capitale estero (38%).

 

Fonte: l’industria chimica in Italia, rapporto 2018-2019.  Federchimica