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Lo scenario in cui ci muoviamo

Scenario macroeconomico

Il 2017 è stato definito dal Fondo Monetario Internazionale come l’anno con “il più ampio aumento sincronizzato della crescita globale dal 2010” grazie all’aumento del Pil mondiale del 3,8% trainato soprattutto dalle economie emergenti, le quali hanno registrato tassi doppi rispetto a quelli delle economie avanzate. Tale scenario rispecchia la condizione economica non solo degli Stati Uniti, ma anche di alcuni Paesi europei, quali la Germania, la Francia e l’Italia, stimolate dall’aumento sia della domanda interna, sia da quella estera, rientranti all’interno di un contesto in cui i tassi d’interesse e l’inflazione risultano essere molto bassi. Dato il trend positivo che caratterizza le prospettive di crescita globali, si è potuto registrare un aumento della domanda di petrolio, ostacolato da limitazioni all’offerta dettate da un accordo siglato alla fine del 2017, al quale aderiscono 24 Paesi definiti “Opec plus” per un taglio complessivo alla produzione di 1,8 milioni barili/giorno; tale accordo era inizialmente previsto solo per l’anno 2017, ma, in seguito, la decisione di estendere la sua applicazione anche al 2018 ha comportato un impatto sui prezzi del petrolio, i quali hanno raggiunto, a fine del 2017, i 60-65 dollari. In tale scenario, fenomeni di tensioni economico-sociali hanno causato un ulteriore aumento dei prezzi del petrolio, superando gli 80 dollari/barile a maggio 2018.

Fonte: Relazione Annuale 2018 unione petrolifera. Al centro della transizione

 

 

Settore Petrolifero

Domanda e offerta di petrolio

La domanda mondiale di petrolio nel 2017 ha registrato un aumento di oltre 1,6 milioni barili/giorno rispetto al 2016 (+1,7%) portandosi a circa 98 milioni barili/giorno, beneficiando anche della crescita economica in forte aumento. Per il terzo anno consecutivo, la domanda in Europa ha goduto di un forte aumento, pervenendo al superamento della soglia dei 14 milioni di barili/giorno, la quale costituisce il 30% della domanda di tutti i paesi Ocse. Complessivamente, negli ultimi anni la domanda è aumentata di circa 11 milioni di barili/giorno; per quanto concerne l’offerta di petrolio, essa è cresciuta in maniera modesta, ovvero di circa 400mila barili/giorno in più rispetto allo scorso anno, a causa delle restrizioni alla produzione concordate con l’accordo “Opec plus” nel corso del 2017. Complessivamente, negli ultimi dieci anni, l’offerta di petrolio è cresciuta di circa 12 milioni di barili/giorno, di cui la metà concentrata negli Stati Uniti grazie al raddoppio della produzione. Il crollo degli investimenti upstream successivo alla drastica riduzione dei prezzi del 2014, associato al forte calo del tasso esplorativo, destano qualche preoccupazione per l’offerta di petrolio, poiché sussiste la possibilità di una condizione di deficit dell’offerta nell’arco di alcuni anni.

 

Prezzi del greggio e dei prodotti raffinati

Nel corso del 2017 il prezzo del petrolio (Brent dated) hanno evidenziato varie oscillazioni, che andavano dai 50 ai 60 dollari/barile e, ad eccezione dei picchi registrati verso la fine dell’anno, hanno concluso con una media annua pari a 4,2 dollari/barile, all’incirca 11 dollari in più rispetto al 2016.

Il 2018 rappresenterà un anno particolare poiché si andranno a definire le intenzioni dei vari attori coinvolti e, di conseguenza, le implicazioni che si potranno riscontrare sul trend dei prezzi; all’interno di tale contesto, gli Stati Uniti giocano un ruolo fondamentale nella stabilizzazione dei prezzi, dato il ruolo che si sono ritagliati sui mercati petroliferi internazionali. Date le varie crisi in diverse aree produttive, prima di tutto in Medio Oriente, ci si aspetta per il 2018 una fase di consolidamento dei prezzi sui valori attuali: un’elevata influenza proviene dal proseguimento dell’accordo OPEC/non-OPEC, il quale dipende dal comportamento della Russia e dall’impegno dei paesi oggi esenti dai tagli a non aumentare le relative produzioni. Dunque, le previsioni non prevedono condizioni di rialzo dei prezzi durature perché non sono previsti aumenti eccezionali dei consumi tali da contribuire ad un più veloce riassorbimento del surplus; per contro, si ritiene che un crollo verticale delle quotazioni assuma una probabilità di verificarsi esigua, dal momento che l’Agreement definisce un floor minimo di resistenza all’incirca di 50-55 dollari/barile. Sussistono elementi sufficienti ad affermare che la fonte petrolifera continuerà a dominare il mix energetico mondiale anche nei decenni a venire; ad oggi, il petrolio copre circa il 32% della domanda energetica e nel settore dei trasporti i prodotti petroliferi hanno un peso pari al 92%.

Relativamente al prezzo dei principali prodotti raffinati quotati sui mercati internazionali, nel 2017 la quotazione media annua della benzina si è attestata a 37,2 centesimi euro/litri, mentre quello del gasolio a 37,5 centesimi euro/litri.

 

L’evoluzione della raffinazione

Nel 2017 la raffinazione ha mostrato un andamento positivo, anche se fattori di natura strutturale ne hanno ridotto la crescita. Per quanto attiene alla situazione americana, si è potuto registrare un andamento positivo grazie ad alcuni vantaggi: costi dell’energia minori, facile accesso a greggio di alta qualità, venduto a sconto a causa del basso contenuto di zolfo.

La raffinazione europea presenta una situazione ancora instabile: nonostante l’efficientamento del proprio assetto già implementato, si evidenzia un contesto di mercato ancora poco attraente rispetto a quello dei competitor internazionali.

Relativamente alle prospettive future, si prospetta uno scenario futuro caratterizzato da una crescita nella domanda di prodotti petroliferi a livello mondiale nel breve termine (quasi 7 milioni di barili al giorno rispetto al 2017), fortemente influenzata dai mercati asiatici. L’Europa, invece, consisterà nell’unica area presso la quale saranno evidenziate delle marginali riduzioni. Nel lungo periodo, l’80% dei nuovi investimenti in capacità produttiva sarà effettuato in Asia e Medio Oriente.


 

 

 

Settore Chimico

 

L’industria chimica europea è di grande successo sotto molti punti vista: tradizionalmente è stata un leader mondiale nella produzione di sostanze chimiche, come dimostrato da un surplus commerciale significativo, che ha raggiunto i 49 miliardi di euro nel 2017. Il continuo successo in termini assoluti sottende, tuttavia, un importante cambiamento in termini relativi: mentre le vendite della chimica europea hanno continuato a crescere nel corso degli ultimi 20 anni, nello stesso periodo la loro quota sulle vendite mondiali è scesa dal 33% al 15%. Tale decremento è dovuto principalmente ad un declino della competitività e non alla bassa crescita dei mercati di destinazione. Questa perdita di quota di mercato globale rappresenta un costo in termini di posti di lavoro e attività economica che si sarebbero potuti creare in Europa ed è la testimonianza del fallimento dell’Unione europea nell’attrarre nuovi investimenti su scala globale: gli investimenti in nuova capacità produttiva vanno sempre più in altre parti del mondo, perché investire in Europa sta diventando sempre più difficile.

I paesi asiatici, il Medio Oriente e, più recentemente, gli Stati Uniti attraggono molti grandi investimenti e, di conseguenza, la quota di produzione globale di sostanze chimiche nell’UE risulta in calo in diversi segmenti. Ci sono diverse possibili cause per questa perdita di quote di mercato. I prezzi dell’energia e delle materie prime sono un fattore determinante della competitività per l’industria chimica. Allo stesso tempo, l’industria chimica sta subendo un processo di trasformazione per rispondere alle esigenze della società per quanto riguarda cambiamento climatico, energia e trasporti puliti, nuovi metodi di lavorazione, materie prime alternative e una maggiore sostenibilità complessiva. L’industria chimica è in grado – e continuerà ad esserlo – di fornire soluzioni per queste sfide, ma la domanda è se queste soluzioni saranno sviluppate in Europa o in altre parti del mondo e successivamente importate, con la conseguente perdita di opportunità di crescita e di occupazione.

Vi è un urgente bisogno di definire e attuare una strategia di politica industriale dell’Unione Europea. Segni preoccupanti sono ben visibili, anche se possono essere oscurati da dati positivi nelle performance dell’industria chimica europea. L’Europa ha già perso sul fronte degli investimenti nel settore, perdendo la possibilità di creare posti di lavoro e di crescita aggiuntivi. Dato il ruolo dell’industria chimica di fornire le soluzioni necessarie per consentire la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio e nella prospettiva di economia circolare, sarebbe un errore strategico ignorare il settore semplicemente perché è ad alta intensità energetica. Se le politiche dell’Unione Europea sul clima e sull’economia circolare aspirano a creare posti di lavoro in Europa, è fondamentale che l’intera catena del valore consentita da tali politiche si trovi in Europa.

 

L’industria chimica nel mondo e in Europa

L’industria chimica europea riveste un ruolo fondamentale per lo sviluppo economico e il benessere poiché fornisce prodotti e materiali moderni che consentono di fornire soluzioni tecnologiche in tutti i settori e le catene del valore dell’economia manifatturiera. Essa si distingue soprattutto per il conseguimento di un’economia competitiva a basse emissioni di carbonio, dell’economia circolare e di tutte le altre principali sfide sociali.

 

La chimica in Italia

L’industria chimica in Italia realizza un valore della produzione pari a 55 miliardi di euro, confermandosi come terzo produttore europeo e nono a livello mondiale. La chimica italiana ha chiuso il 2017 con una stabilizzazione dei livelli produttivi (+3,5%) e, grazie ai miglioramenti raggiunti su vari fronti, registra dei ricavi in espansione di oltre il 6% circa. Positivo anche il riscontro ottenuto nel saldo commerciale: al forte progresso dell’expo, pari al +9%, ai associa un incremento anche della domanda interna, diffusa a tutti i settori clienti e a tutti i comparti della chimica sia di base, sia a valle.

Nonostante la chimica di base persegua e affermi un ruolo significativo e strategico nell’industria chimica italiana, la chimica di fine ricopre un ruolo particolarmente importante, assieme a quella di specialità, le quali complessivamente costituiscono il 57% della produzione.

Relativamente ai rapporti con l’estero, i gruppi nazionali medio-grandi dipendono sempre meno dal mercato interno e, giorno dopo giorno, rafforzano la loro posizione nel mercato globale attraverso investimenti produttivi che consentono di pervenire ad una quota di produzione estera pari al 40% circa delle vendite mondiali; tuttavia, questo consente loro di assumere la connotazione di integrazione nelle catene globali del valore, attivando così un circolo virtuoso che alimenta export, produzione e occupazione nazionale.

Fonte: l’industria chimica in Italia, rapporto 2017/2018.  Federchimica